di laura distefano
Penso che tutti abbiamo un rapporto particolare con alcune parole. Così l’altra sera, quando ho sentito dire che ‘la consapevolezza non ti aiuta a cambiare, non serve a niente,’ ho avuto una reazione muta ma violenta. Capisco che talvolta ci lasciamo trascinare dalle nostre stesse parole, ma…. Automaticamente, ho cominciato a chiedermi perché mi fossi sentita toccata, quasi offesa. Perché avevo dato per scontato che tutti/e avessero un rapporto particolare come il mio e, come spesso accade in questi casi, mi sbagliavo.
Consapevolezza: da persona consapevole, dice il dizionario.
Consapevole: persona che ha coscienza di sé.
Piena, aggiungerei io, che sono ovviamente affezionata a questa parola. E ho pensato di allargare la mia riflessione il più possibile. Apro la discussione sul valore di questa parola: ditemi che peso ha, ed ha avuto, nella vostra vita. E, ovviamente, comincio io.
Vado per sottrazione. Che vita è una vita povera di consapevolezza? Una vita non meditata, senza riflessione su di sé, senza domande, con scarsa comprensione o addirittura dimenticanza di sé? Una vita vissuta in superficie, cioè vissuta solo in parte. Ecco, non serve a qualcosa ma senza, secondo me, la vita è povera, anzitutto di senso. Sono solo io a pensarla così? Davvero, parliamone. Nelle altre esperienze potrebbe essere davvero inutile o, chissà, anche controproducente. Potrei coltivare i dubbi che mi sono venuti adesso. Ma, in questa mia revisione, mi sono accorta che è sempre stata importante per me, una sorta di linea guida, una ricerca costante, una tensione costante e capire, vedere oltre. Perché per me la consapevolezza è un punto d’arrivo, il risultato di una ricerca accanita. Farsi domande non sempre porta alle risposte, ma non farsele certamente esclude la possibilità di averle. Quali lenti ho usato nella mia ricerca? Da sempre sono stata affascinata dall’analisi. Sono troppo diffidente per sottopormici, ma ho usato le esperienze altrui, leggendo infiniti resoconti di analisi, più o meno riuscite. E ascoltando le mie tante amiche che ne avevano fatto esperienza.
Ma niente ha dato alimento alla mia consapevolezza di me e degli altri come il complesso di esperienze, letture, interazioni, viaggi insieme alle altre, accese discussioni, gruppi e contro-gruppi, insomma tutto quello che per comodità chiamo il femminismo, cioè l’assunzione della mia personale lente per decodificare il mondo. Secondo me, le frequentazioni di tutti i generi che io racchiudo nella parola femminismo hanno molto aumentato il mio livello di consapevolezza ed è per questo che sono contenta di aver vissuto quegli anni così ricchi di stimoli. E mi piacerebbe tanto poterli condividere con persone che, per età, non hanno avuto occasione di fare questa esperienza. O addirittura ne sono state allontanate dalla vulgata popolare.
Ricordo ancora il tono timoroso con cui le mie alunne mi chiedevano ‘Ma lei è femminista’?, temendo di offendermi.
Ricordo la mia risposta: ’mi è naturale come respirare’.
E cominciavo spiegando loro che ‘non ce l’avevo con i maschi’ (figuriamoci, il mio unico figlio lo è!) e che il femminismo non consisteva nel dissenso su ‘chi lava i piatti’. Tentavo di spiegare la differenza tra uomini reali e cultura maschile. Credo che alcune di loro abbiano capito e penso che anche la loro vita ne abbia avuto un valore aggiunto. Perché il difficile e complesso rapporto non tanto con i maschi quanto con la cultura maschile di cui tutti, per fortuna solo in parte, siamo portatori, è dominante nella vita di tutti. Riuscire a leggerne la difficoltà è fondamentale per una corretta valutazione di sé e, soprattutto, per riuscire a prenderne le distanze.
Ma questa è solo la mia esperienza.
Aspetto altre voci.


Una vita senza consapevolezza, per chi ha un briciolo di ragione, di sincerità, di purezza interiore, è una vita impossibile. Che la donna viva senza coscienza di sè, e quindi in un mondo apparente modellato sui desideri e sulle esigenze degli uomini, è un retaggio della cultura maschile che incanala la donna stessa in stereotipi e svuota l’identità femminile, fissandola in ruoli rigidi e ineludibili. Così noi donne e la nostra energia diventiamo più “gestibili”. Tuttavia bisogna ammettere che solo un buon bagaglio culturale, tanta lettura, tante esperienze e tantissima autoanalisi (magari aiutata da un po’ di analisi)consentono di avviare il percorso per riappropriarsi di sè. Le domande, la ricerca di qualcosa sono state per me sempre vitali, ma giungere alla consapevolezza è stato faticoso, doloroso e straziante. E forse ancora sono lontana dall’essere del tutto cosciente di me. In questo percorso sono stata supportata da donne, ma anche da uomini, quelli che tu, Laura, hai definito uomini reali. Dunque, lungi dal detestare i maschi, canto un inno agli uomini reali. Alle mie alunne, cara Laura, ho cercato di donare una rete con una maglia rotta attraverso la quale potranno vedere, quando saranno pronte, dentro di sè. Alcune di loro, per motivi culturali e sociali, non guarderanno mai dentro quel buchino nella rete, ma se solo una lo farà i miei sforzi non saranno stati inutili.
Patrizia D’Arrigo