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Indignazione

Indignazione

giugno 9, 2011  |  Rubrica Resilienza

di graziella priulla

Avevo sempre pensato – di fronte alle cose indigeribili che abbiamo digerito, ai personaggi improponibili che ci hanno proposto – che l’indignazione fosse il motore principale del cambiamento. Chi non la provava mi pareva complice o rassegnato. “Odio gli indifferenti”, di Gramsci, è una frase che mi è sempre piaciuta: un programma d’impegno, d’azione. Un testimone da trasmettere.
La potenza mediatica ha però transitato l’indignazione nella gara a chi urla di più: da Sgarbi a Stracquadanio la televisione sbracata ha rotto gli argini, consegnando un sentimento democratico alla più mistificatoria delle demagogie, per alzare l’audience. Il turpiloquio del guru grillino, dai comizi alla rete, non si è tirato indietro: anzi.
Abbuffate sterili di indignazione. Pseudo rabbie. L’indignazione programmata a tavolino ha cominciato a infastidirmi, e dunque l’indignazione stessa ha cominciato a piacermi di meno. D’altronde la provavo da tanto, e insieme a me un popolo intero, e non era cambiato mai niente. Non sarà che tutta quell’indignazione ci serviva anche ad autoassolverci?
Per riempire di valori nuovi i contenitori istituzionali, non sarà preferibile la strada mite del lavoro di squadra e del volto sereno di Pisapia?
E’ stata chiamata “rivoluzione gentile”. La rabbia anziché esplodere in violenza o implodere in frustrazione si è trasformata in partecipazione. Una vittoria fragile, ma pur sempre una vittoria. Un’aria pulita da respirare, un’acqua fresca da bere. La ragione da recuperare.

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