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Maternity blues

Maternity blues

giugno 11, 2012  |  Articoli

di laura distefano

Ci sono delle opere (libri, film) che toccano corde profonde dentro di noi. Così profonde da lasciarci turbate, pensierose. Siamo andate a vedere Maternity blues in un gruppo solo al femminile: diverse per età e condizioni, alcune con figli ma la maggior parte giovani e senza quella che rimane un‘esperienza che modifica radicalmente ogni donna.Siamo uscite dal cinema con la stessa espressione, concentrata, attenta, turbata. Maternity blues è un’opera così coinvolgente da essere stravolgente, perché mostra della maternità un aspetto raramente preso in considerazione: nessuna pensa di potersi trovare in una situazione simile, a commettere il crimine più ‘impensabile’. Eppure accade. E il film ce lo mostra. Le donne di cui si occupa il film, con un riguardo, una mancanza di giudizio, un rispetto davvero straordinari, sono donne dalla ‘normalità’ disarmante. Non sono ‘assassine’, non sono ‘criminali’, sono donne normali,  dall’umanità ferita e dolorante, cui è successo qualcosa, qualcosa di terribile di cui per prime non si capacitano e soprattutto per cui  non si perdonano.Hanno commesso il delitto ‘impensabile’ e di questo non si danno pace, questo nega loro ogni possibilità di avere ancora una vita. All’esterno si parla di assassinio, ma anche di perdono, talvolta si parla ancora d’amore ma l’esterno è ormai alieno e perduto. Solo una profonda incomunicabilità può ancora esserci tra Clara, una delle quattro donne protagoniste, ed il marito che ancora vorrebbe ricominciare a vivere con lei. Ma lei non può e questa impossibilità è palese soprattutto per effetto di una recitazione tutta giocata sugli sguardi.

Questo film è eccezionale ma non solo nei contenuti.Il regista dimostra, infatti, una sensibilità enorme oltre ad una mano sicura, senza sbavature, senza pietismo e senza mai scivolare nel facile effetto. I delitti delle donne ricoverate sono solo suggeriti con grande senso della misura, la recitazione quasi tutta di grande efficacia.La forza comunicativa del film nel suo complesso si poteva desumere facilmente dalle nostre facce, tutte profondamente assorte: eravamo ancora immerse in una storia di dolore così profondo e terribile da farci identificare con quelle donne, pur nella ovvia ripulsa per quello che avevano fatto, che però diventa reale nella narrazione, e quindi possibile. E ‘pensabile’. Elena, una giovane, dice che un’altra paura si è aggiunta alle sue per quanto riguarda la sua vita di donna: la ‘normalità’ delle protagoniste ci fa capire che tutto questo può accadere ad ogni donna, finché il figlio/figlia sarà una sua competenza pressoché esclusiva. Ho letto delle recensioni di questo film presentato a Venezia … e le ho sentite davvero lontane, differenti, con analisi che non condividevo affatto. Forse, quando qualcosa suscita una risonanza così forte, lo spirito critico diventa inattivo. O forse quei critici hanno guardato un altro film.

 

 

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