di emma baeri
Ebbene sì: la ministra che si commuove mi ha turbato. Perché – mi sono chiesta? Perché ho colto uno stridore, un attrito, tra il suo volto e il suo ruolo, così come il senso comune e la tradizione istituzionale intendono entrambi. E se c’è attrito c’è speranza, vuol dire che non tutto è scontato, ordinato, prevedibile; che una piccola crepa simbolica si è aperta, e lì dentro possono passare imprevisti impensati, purché non si chiuda subito, come la stessa ministra si è affrettata a fare. Quella commozione significa che c’è un’esperienza femminile dell’empatia che eccede la forma paludata, è eccessiva, deborda, disordina, e rappresenta – immagini, gesti, parole – l’attrito tra quell’esperienza personale e il ruolo istituzionale, maschile: Elsa, te ne sei accorta? Rifletti, rifletti, e forse potresti stupirci: finalmente non “una” donna al Ministero, messa lì a far quadrare i conti delle pari opportunità, ma “quella” donna, riflessiva, consapevole, che non lascia il suo corpo a casa: un regalo. E questo avviene in un attimo preciso, simbolicamente forte: non sapere, non potere, (non volere!) pronunciare la parola “sacrificio”, una parola che esprime il senso, arcaico e contemporaneo insieme, di un dolore difficile da sopportare. Vorrei lavorare politicamente su questo stridore, vorrei che le donne in movimento non lo considerassero un cedimento naturale, ma un lapsus personale, quindi politico. Quanti stridori nelle nostre vite? Quanti attriti? Quanta fecondità politica da portare alla luce? Possiamo ben sperare. Possiamo osare?

