di ada mollica
25 novembre 2011. Catania. Palazzo della Cultura.
Nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne è in corso un dibattito organizzato dal comitato pari opportunità del Comune di Catania. Ci sono le relatrici, due docenti dell’ateneo catanese, Rita Palidda docente di Sociologia economica e Graziella Priulla, docente di sociologia dei processi culturali e autrice del seminario “Corpi e immagini di donne“. E ci sono tante ragazze e ragazzi, alunni delle scuole secondarie di secondo grado.
La professoressa Priulla pone due domande. A bruciapelo. Chi di voi sa cosa è avvenuto il 25 novembre? Silenzio. Nessuno dei presenti dimostra di sapere che il 25 novembre del 1960 tre donne sudamericane, tre sorelle, Patria Mercedes, Maria Argentina Minerva e Antonia Maria Teresa Mirabal vennero uccise in un campo di canna da zucchero, subito dopo aver fatto visita ai mariti reclusi in carcere. Erano colpevoli di essersi opposte ad una delle tirannie più spietate dell’America Latina, quella del dittatore della Repubblica dominicana Rafael Leònidas Trujillo che si era impadronito del potere, nel 1930, attraverso elezioni truccate.
La seconda domanda riguarda l’8 marzo. Stavolta la risposta, immediata, è un “si” gridato trionfalmente. Ma viene il dubbio che a dar loro tanta festosa certezza non sia il ricordo del marzo 1908, di New York, delle 129 operaie morte arse nell’incendio dell’industria tessile Cotton, quanto l’immagine sguaiata e volgare delle orde di donne in giro per locali e in estasi davanti agli spogliarelli maschili.
E’ un grosso problema quello delle giovani generazioni allevate ad omogeneizzati e Tv commerciale per le quali – come dice Graziella Priulla – l’ignoranza è stata sdoganata. Tant’è. Graziella parla di femminicidi, dell’uccisione di donne in quanto donne; della maggior parte di questi che avviene tra le mura domestiche a torto considerate le più sicure. Autori dei crimini sono gli ex mariti e fidanzati, o i padri e i fratelli che pretendono di essere i padroni delle “loro” donne. Dice che una donna su tre ha subito violenza.
Perchè le donne non denunciano? Perchè le stesse donne non conoscono le misure esistenti che spesso restano inapplicate. Perchè per il magistrato è difficile tracciare una linea di demarcazione tra la banale lite e il delitto, cioè la violazione grave di norme penali.Perchè le stesse vittime, portatrici di questa cultura, tendono a giustificare se non assolvere il carnefice? Perché quegli stereotipi sono duri a morire. Perchè per una donna è difficile e doloroso portare la denuncia in un’aula di tribunale.
Eppure -così nella bella canzone di Gianna Nannini- l’amore non lascia lividi.
Ma la violenza non è solo un problema di donne. ”Non dovremmo dire violenza sulla donna – conclude Graziella Priulla – ma violenza degli uomini. La violenza va nominata attraverso il carnefice. E’ un problema dei maschi. E’ un problema non sapersi relazionare se non con le mani, essere aggressivi, scaricare i propri fallimenti su chi è fisicamente più debole”.
Conoscere il problema per affrontarlo e risolverlo, tutti insieme. Questa la ricetta di Rita Palidda, coordinatrice di una ricerca finanziata dall’Europa, che ha indagato a lungo sul fenomeno della violenza contro le donne. “Che è una violenza di genere – dice e spiega- non un fatto individuale o di devianza. La civiltà moderna si è stratificata su questo vulnus”. Per combattere questa battaglia di civiltà non basta l’empatia, occorre professionalità e lavoro di rete, un lavoro sinergico di polizia, magistratura, università, servizi sociali, Comuni (e a tale proposito Rita Palidda denuncia l’assenza dei servizi sociali catanesi). Occorre formare personale qualificato. “La formazione non può essere una tantum ma deve essere istituzionalizzata”. Occorrono, inoltre, corsie privilegiate, interventi celeri, processi rapidi, luoghi separati e protetti per le denunce, protocolli per i medici e gli infermieri dei pronto soccorso e tanti, tanti interventi nelle scuole.
Torniamo così al capolinea, a quegli studenti presenti-assenti nel Palazzo della Cultura di Catania, che non sanno e non si interrogano. Che forse sono lì, inerti, per avere crediti, tra sussurri e squilli di cellulare ai quali qualche insegnante, di tanto in tanto, mette la sordina con uno sguardo e un ssssss. Ma le speranze non sono perdute se – dice Rita Palidda – “riusciamo a liberare forze, intelligenze”. Del resto anche Graziella Priulla ha parlato di un testimone da consegnare alle nuove generazioni. Una fiaccola, o un cerino che, sicuramente, alcuni giovani hanno raccolto persino in quella sala distratta.

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