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L'Italia dell'ignoranza

L’Italia dell’ignoranza

novembre 23, 2011  |  Articoli

di laura distefano

L’Italia dell’ignoranza di Graziella Priulla.
In questo libro, piacevole come un romanzo, a tratti anche divertente e sempre interessante, l’autrice affronta un tema veramente centrale oggi: come gli strumenti elettronici stanno cambiando non solo i nostri gesti quotidiani ma addirittura la struttura dei nostri cervelli. Naturalmente, la cosa riguarda i giovani ed i giovanissimi, i  cosiddetti nativi digitali. Tutti gli operatori della scuola sanno quanto i giovani siano cambiati, e spesso si lamentano. Smettiamo di lamentarci, dice Graziella Priulla, tanto è inutile. Le generazioni precedenti lo hanno sempre fatto e sempre inutilmente. Evitiamo di cadere nell’eterno clichè di ‘ai nostri tempi….’

L’autrice, infatti, pone soltanto il problema, cioè l’insieme delle differenze tra noi, appartenenti alla generazione della parola, e loro, appartenenti alla generazione dell’immagine, della brevità, della non sintesi ma liofilizzazione dei concetti. Ed il problema è soprattutto come prenderne atto e come metterci in una relazione positiva con loro. Trovare un modo è essenziale, usare nuovi linguaggi indispensabile. Scuola ed università devono riuscire, senza perdere la propria natura di raccordo tra passato, presente e futuro, ad elaborare nuovi modi per coinvolgere i giovani, per affermare valori eterni senza permettere che siano considerati sorpassati. Perché scuola e università rimangono gli unici argini, le uniche dighe, contro un sistema di valori ormai disumanizzato, in cui esiste solo l’egoismo individuale e l’unica tensione è quella verso il guadagno immediato.

Sempre meno la famiglia riesce a porsi in modo alternativo rispetto alla visione generale del mondo, sempre più riduttiva e limitante, e sempre di più quindi il peso della trasmissione dei valori poco commerciabili come cultura, bellezza, rispetto di sé e degli altri diventa compito esclusivo delle istituzioni culturali, tra cui scuola e università occupano (o dovrebbero farlo) un posto dominante.

L’autrice pone, con rara efficacia ed estrema chiarezza, quello che, in Italia ma probabilmente non solo, è il problema fondamentale: come recuperare un dialogo tra generazioni mai state così profondamente, strutturalmente differenti. Perché, se è vero che tra generazioni c’è sempre stata una frattura, oggi i mezzi ad alta tecnologia, con la loro diffusione capillare, comportano un problema aggiuntivo, aumentando il divario e l’incomunicabilità. E bisogna trovare rimedi anche alle caratteristiche negative,  all’altra faccia della generazione- internet: la superficialità, la difficoltà di concentrarsi per più di pochi minuti, il pressappochismo (l’ho letto su internet, senza alcun filtro, senza alcuna valutazione delle validità delle fonti, senza mai alcun dubbio e alcuna riflessione), la fretta e l’indifferenza verso temi che, ahimé, non sono stati per nulla inculcati, (ammesso e non concesso che qualcuno ci abbia provato cosa che non è), anzi sono vissuti dai giovani come lontani e sorpassati.

Questo problema è  stato sollevato già da altri autori ma, in questo libro, è documentato con una completezza abbastanza inusuale e con un’apertura mentale che è rara in questo tipo di testi, generalmente o biecamente accusatori o carichi di rimpianto verso un aureo passato. Niente di tutto questo qui, ma solo l’analisi oggettiva di un problema e la sollecitazione verso la ricerca, non facile, di strumenti adatti per rendere più efficiente il compito delle istituzioni culturali. Ma, al di là della grande oggettività e del distacco dell’autrice, è palpabile una forte passione civile che ci consola: finché ci saranno docenti di questo tipo, animati dal forte desiderio di coinvolgere gli studenti, che si interrogano e cercano soluzioni, non tutto è perduto né per i giovani né per la società civile. Per persone che agiscono, o hanno agito, in questo tipo di istituzioni, una lettura appassionante. Per tutti, la costruzione di una consapevolezza: qualcosa va fatto e subito perché i nostri giovani non ci siano alieni. Cercare nuovi strumenti che ci avvicinino ai giovani, ai loro linguaggi ed alle loro aspirazioni  è il modo più sicuro di affrontare e risolvere il problema nell’interesse della collettività tutta.

 


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